Ambiente

A livello mondiale le produzioni di alimenti di origine animale (carne, uova, latte, formaggi) generano il 14 per cento delle emissioni di gas serra. Le differenze tra i Paesi, tuttavia, sono piuttosto marcate, visto che in Europa gli impatti assommano al 7,2% e in Italia ancora meno, ossia il 5,6%, di cui il 3,7% attribuibile alla filiera bovina.

Non tutta la carne impatta allo stesso modo

Gli oltre 145mila allevamenti bovini presenti in Italia si stanno orientando verso modelli più sostenibili, cercando di assicurare la varietà e la biodiversità di razze animali e di specie botaniche. Oggi, grazie alle attività agricole, l’Italia è il terzo produttore globale di biogas, ossia di energia ottenuta da fonti rinnovabili provenienti dai reflui zootecnici e dagli scarti agricoli.

Secondo dati forniti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, il contesto produttivo negli allevamenti bovini Europei si contraddistingue dal resto del mondo per la ridotta impronta di carbonio in tutte le sue componenti: fermentazioni enteriche, gestione del letame, uso di fertilizzanti e produzione di mangimi. La pianura padana, in questi termini, ha una produzione in stalla tra le più efficienti.

Italia: ripartizione per settore GHG 2019 (ISPRA)

Emissioni e dieta mediterranea

I dati più recenti pubblicati dall’Ispra mostrano che in Italia solo il 5,6 per cento delle emissioni di gas serra sono da attribuire alla zootecnia, di cui la filiera bovina incide solo per il 3,7%. Per fare un confronto, i trasporti incidono per il 25,3 per cento. Questi buoni risultati sono da attribuire principalmente agli standard utilizzati nel settore che sono più ecosostenibili se paragonati a quelli applicati in altri continenti (in primis Asia e Sud America).

E poi c’è la dieta mediterranea, che riesce a bilanciare i cibi prevedendo una quota pro capite di carne inferiore rispetto alla media occidentale. Se si rapporta l’impatto ambientale della carne bovina alla sua frequenza di consumo consigliata, si può notare infatti che il suo impatto settimanale medio è allineato con quello di altri cibi dall’impatto unitario inferiore ma dalle maggiori quantità consumate.